Note ermeneutiche sul Requiem di Mozart

N. Lygeros

Traduzione: Lucia Santini





Dalle prime note l’abisso e la gravità sono presenti con una intensità al limite del sopportabile. L’ introduzione della voce dà a questa musica che sembra divina un elemento umano. Come se l’umano, tramite il suo genio, riuscisse a raggiungere la vetta, la conoscenza.
E poi ci giunge questa dolcezza così vicina al dolore che ci tocca i sensi non soltanto tramite l’emozione ma soprattutto tramite il suo respiro che fuoriesce da una energia di disperazione o piuttosto di assenza di speranza, dalla coscienza della solitudine. La certezza di essere una singolarità che non deve nulla a un qualsiasi demiurgo ma unicamente al suo pensiero creatore dell’ esistenza. Un sentimento di soddisfazione tramite il genio e solamente quello.
L’aspetto divino del requiem sembra a poco a poco un pretesto, una giustificazione della volontà di giungere alla perfezione non più in maniera escatologica ma come una necessità esistenziale. Per il mortale, solo il divino può discolpare l’ambizione del genio creatore. Ma come non percepire questa idea di trasformazione irreversibile di qualunque processo abituale al fine di essere trascendente grazie alla semplicità apparente di una musica per così dire accessibile. L’atto creatore appare allora come ancora più bello per il fatto che è costruito a partire da elementi regolari. Quanto alla potenza della voce, essa riesce a dire l’indicibile, l’astrazione del suono puro diventato unico, crescente e penetrante. Come una metamorfosi che sembra di primo acchito solo una leggera modificazione ma la cui trasformazione finale è un elemento incomparabile.
Ogni nota è di una energia materiale: l’espressione di una illuminazione interiore, una esperienza intrinseca e universale. L’unica capace di divinizzare l’elemento umano del creatore. Poi l’interpretazione delle corde addolcisce i dolori insopportabili dello spirito che questo tentativo rappresenta. Poco a poco la complessità tramite l’insieme strutturato con le voci emerge in maniera riservata, perché mai dispersa, ma sempre latente, nascosta e percettibile solo da colui che sa vedere senza gli occhi.
Come non vedere in tale composizione la ricerca frenetica di esprimere unicamente l’essenziale; come se tutti gli altri valori della vita avessero perduto il loro senso. Con sincerità, Mozart indica il cammino in questo spazio cognitivo ancora sconosciuto. Perché cercare i dettagli quando il genio può alla fine raggiungere, con la sua opera, l’essenza dell’esistenza.
Tuttavia in questa ricerca intellettuale, come escludere l’intensità del sentimento: l’essenza umana in cui l’altruismo trasformato in umanesimo, tramite l’iniziazione, ricerca la sopravvivenza dell’Umanità.
Adesso, è chiaro che l’ aspetto più importante di quest’opera non è il suo carattere religioso ma la sua potenza mentale che emerge dalla lotta con gli elementi. Non una lotta contro il destino ma nella creazione dello stesso attraverso l’opera: unico mezzo per attingere alla bellezza universale.
Così anche la fine è interpretata come una genesi, una verità rimessa in questione dall’individuo che prende coscienza della sua capacità di trasformare il mondo e attraverso di esso, trasformare la sua propria natura in uno slancio trascendentale.
Questa volta la trasformazione prende atto, e più nulla potrà fermarla. Come una rivoluzione in cammino che non è alla ricerca e non vuole accontentarsi di una stabilità ma di un eterno disquilibrio: il solo che sia capace di generare l’indispensabile motivo astratto che sintetizza il sapere e l’ambizione umana. Non si tratta più di scommettere ma di creare da solo, solo sul ciglio dell’esistenza.
Allora come non sentire questo sentimento di libertà: non quello del libertino, né del libero pensiero ma di colui che non teme più nulla perché è cosciente della sua capacità di trasgredire i limiti umani al fine di raggiungere l’ultimo. E questa sua coscienza diventa ampia, come uno spettro che esplode per ricoprire la larghezza del mondo, per permettergli di scegliere il fondamentale che non aveva potuto né saputo mettere in atto in tutto il corso della sua vita. Ma là il suo spirito concepisce l’idea che la sua nascita non aveva altro scopo se non quello di realizzare l’estremo: di dimostrare che la capacità umana può toccare col dito l’ intoccabile creatore che in passato lo si chiamava dio, e che con il dono del fuoco, di mostrare che il paradigma di Prometeo illumina il divino tramite la natura stessa dell’uomo.







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