Sul mito o l'intelligenza della storia

N. Lygeros

Traduzione: Lucia Santini




Lo studio della cultura, e dell’erudizione d’un autore come Cornaro attraverso la sua unica opera l’Erotocritos, ed infine quello della sua intelligenza attraverso la creazione di un mito, quello di Erotocrito, ci conduce ad una riflessione sulla natura stessa del mito. La ricerca del fondamentale e dell’intrinseco conduce stranamente alla leggenda. Quello che Albert Einstein definisce mente di Dio, considerando il resto come dettagli, è un modo per accedere alla leggenda : un esempio ove il generico conduce all’universale.Esiste tuttavia una differenza fondamentale fra la leggenda e il mito:quest’ultimo può essere creato in maniera cosciente. Sembra dunque che una leggenda generica può tasformarsi in mito universale ma in che cosa il mito può essere definito universale? Non è prima di tutto socioculturale? Qual’è il metodo impiegato dall’uomo per caratterizzare una entità universale? La chiave di volta di questo tipo di problema è la nozione umanitaria. L’umanità, per il suo aspetto intrinsecamente diacronico, giuoca un ruolo fondamentale nella trasformazione della leggenda in mito. La sua diacronicità è determinante perché ne prova la robustezza del mito (vedi l’Iliade e l’Odissea). Dal punto di vista mentale, la struttura dell’Umanità le conferisce la caratteristica di una sorta di superuomo – senza dubbio il solo che sia mai esistito – dotato di una memoria gigantesca. E’ inoltre completamente verosimile come questa entità si identifica con la percezione divina di alcune culture e con la nozione naturale di alcuni approcci filosofici. Alla guisa del pensiero che emerge dalla complessità del substrato materiale che è il cervello, l’Umanità, essendo una entità mentale, emerge dalla struttura che costituisce l’insieme degli uomini. La nascita di una singolarità nel susseguirsi della storia genera una leggenda che può diventare generica tramite un processo di identificazione.Se questa prima fase si stabilisce nel tempo ne segue che dà luogo ad una metamorfosi quella della leggenda in mito. L’aspetto fondamentale di questa trasformazione è il seguente : la leggenda è essenzialmente una deformazione popolare degli eventi, una alienazione della storia – una sorta di idealizzazione- mentre il mito è una abduzione creativa della storia (per adoperare la terminologia di Umberto Eco) e quindi, in qualche modo, l’esito ultimo della storia (vedi il mito di Prometeo). In effetti nel mito, l’elemento universale è onnipresente. Così la mitologia costituisce in una certa maniera l’insieme degli universali di una cultura storica. Ciò che si deve sottolineare nella mitologia greca è che i suoi elementi trascendono la grecità per diventare universali. Si tratta quindi di un fenomeno intelligente che trascende la storicità del contenuto iniziale e che realizza astrattamente un concetto latente. La prova più tangibile (perché ipocodificata) di ciò che noi esponiamo è che il mito può a sua volta creare la storia (vedi il mito della prigione di Aretusa e della località in Atene).Il mito è intimamente legato alla storia eppure, per sua natura, è indipendente dal tempo: proprietà da sottolineare che contribuisce a rendergli un carattere universale. Questo aspetto universale del mito si appropria di un attraente strano non solo per la psicologia (vedi il complesso di Edipo e l’opera di Sugmund Freud) ma anche per la filosofia (vedi il mito di Sisifo e l’opera di Albert Camus). Perché sul piano intellettuale il mito è più ricco della storia classica da cui è stato estratto. Il mito che è senza alcun dubbio l’archetipo dell’intelligenza della storia è il mito cosciente. Per mito cosciente intendiamo l’opera che è creata, in maniera cosciente, per diventare un mito. Questo tipo di mito è più raro perché proviene direttamente dal pensiero (storico, ma non necessariamente) senza passare tramite lo stadio della leggenda: sublimazione intellettuale. In questa categoria possiamo classificare Don Chisciotte di Cervantes, Erotocrito di Cornaro ed in una certa misura Don Giovanni di Mozart (con l’influenza di Casanova) se il Don Giovanni di Molière non fosse mai esistito. Dal punto di vista verbale, è chiaro che tanto Cervantes quanto Cornaro sono dotati di una intelligenza molto al di fuori della norma. Al contrario tale apprezzamento sarebbe più debole se fatto riguardo a Racine la cui varietà dei vocaboli è molto limitata; quindi tutto ciò conduce ad una distinzione fra un’opera dovuta all’arte ed un’opera dovuta all’intelligenza. Un’altra proprietà del mito è che anche quando è cosciente può trapassare l’idea del suo creatore. Così Cervantes ha scritto Don Chisciotte in uno spirito che va a contrastare quello della cavalleria- con un modello dell’antieroe. Pertanto il cavalliere dalla triste figura ha avuto un successo la cui dimensione non era stata prevista da Cervantes e questo successo fù tale, che altri autori si impadronirono di questo personaggio così magistralmente che il suo creatore iniziale dovette farlo morire nella seconda parte della sua opera. Tuttavia Don Chisciotte, malgrado la sua morte, è sempre vivissimo nella memoria dell’Umanità. È senza dubbio questa proprietà la più eccezionale del mito universale: la sua immortalità. Dall’Antichità, gli uomini erano coscienti di questo. Uno dei casi più estremi di questa coscienza è quello di Erostrato che Jean- Paul Sartre ha analizzato nella sua opera omonima. Si tratta solamente di un caso negativo perché l’analisi di Erostrato non era che di primo grado. L’ausilio è sensibile solamente nei gradi superiori ove l’intelligenza e la creatività sono fondamentali. Così il contributo più profondo del mito universale è di mettere in evidenza la parte d’eternità che include in se l’intelligenza.







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