Seneca un contemporaneo ?

N. Lygeros

Traduzione: Lucia Santini




Questo articolo è nato dalla lettura minuziosa dei cinque trattati di Seneca ovvero : De Ira,  De Brevitate vitae, DeTranquillitate Animi, De Clementia, e De Vita Beata. Non direi che si tratti di testi la cui argomentazione logica è di una coerenza impeccabile, ma è innanzi tutto la sincerità di Seneca  che attira, anche se alcuni ci  potrebbero vedere una certa ingenuità. Queste lezioni di stoica saggezza, che hanno quasi 2000 anni, possiedono a causa delle vicissitudini storiche di cui hanno risentito – poiché Seneca fu precettore di Nerone – un aspetto tragico ed anche utopico. Ed è forse questo il loro valore perché come scrisse Carlo Michelstaedter solamente l’impossibile merita di essere preteso. Ecco perché studiamo le ipotesi dell’opera di Seneca.         

Gli uomini  sono nati per il reciproco aiuto; l’ira è nata per la comune distruzione. L’uomo vuole associarsi; l’ira, vuole la separazione. Questo approccio che oggi verrebbe caratterizzato umanista è proprio dei filosofi stoici. Basta guardare la situazione attuale per vedere quanto siamo lontani da questa idea sugli uomini e quanto sarà lungo il cammino per coloro che hanno fissato come traguardo la pace nel mondo. Seconda  ipotesi dell’opera :  

La passione crolla subito, la ragione è coerente. Quest’ultima porta al ripudio immediato dei mass-media che accuratamente lavorano solo sull’emozione. Più precisamente si tratta di una delle caratteristiche delle organizzazioni non governative che lavorano in profondità e nella più grande imparzialità possibile. Ma Seneca va più lontano e a rischio di essere paradossale:

Del resto, se il saggio dovesse adirarsi contro le azioni vergognose, se  dovesse spazientarsi e rattristarsi per tutti i crimini, nulla sarebbe più amaro della saggezza. Ma   non è così per Seneca. Quando un intellettuale esamina la situazione attuale del mondo come  potrà non essere irritato?  Disgustato davanti a tante assurdità e atrocità? In effetti egli si appoggia sulla  seguente osservazione:

Il saggio, se appena comincerà ad adirarsi, non potrà più smettere. Per Seneca la coollera è una sorta di vizio a cui è difficile non concedersi una volta assaggiato. In più egli mette  l’accento sul suo carattere essenzialmente inutile. In effetti qual’ è l’utilità di una rivolta se non è seguita da un atto se non da una azione. A cosa servono le genti che si lamentano o che si sforzano di sembrare commossi in seguito ad uno spettacolo ove il malore è evidente, se si compiacciono poi di rientrare in casa loro e dimenticare quel momento fino al succesivo che li rattristerà allo stesso modo e quindi con gli stessi superflui risultati. Ma passiamo ad una idea più profonda, più fondamentale perché globalizzante:

Se non vuoi adirarti con i singoli, devi perdonare  tutti, conceder venia all’umanità intera.Tale affermazione detta in questo modo può apparire  un po’ astratta ed anche demagogica. Ma  se si applica questa idea alla pena di morte, essa diviene di un sol colpo veritiera. Eppure ci sono tanti paesi che non sono per l’abolizione, e che non sono pronti a cambiare. È per questa ragione che occorreranno ancora molti sforzi affinché questa idea  divenga una realtà mondiale. Perché  non tutti sono convinti che questa barbarie debba essere bandita dalla nostra civiltà. A proposito della natura Seneca scrive:

Nessuno si adira quando la natura rende ragione del difetto. Questa tesi è così interessante che merita di essere discussa. A riguardo della stessa è completamente stupido che Voltaire si sia adirato contro il sisma che distrusse una grande parte di Lisbona e fu la causa di innumerevoli morti. I credenti non si adirano perché credono sia la volontà di Dio, gli atei non si adirano perché pensano che è inerente alla natura; solo gli empi hanno il diritto di deridere. Siamo più costruttivi: l’uomo non si adatta alla natura, egli la trasforma; perché nulla è scritto! Tutto è da realizzarsi. Albert Einstein pensava giustamente che nel mondo ci fossero due cose infinite: l’imbecillità e l’universo. In quanto alla seconda non ne era certo!  Ed è vero, davanti all’imbecillità l’ uomo è essenzilamente impotente. Ma la natura non è stupida esiste e basta.

Abbiamo detto che ci sono degli esseri che non possono nuocerci; ce ne  sono degli altri che non vogliono. Questa  precisazione è importante, si tratta dunque di una scelta, di una volontà intellettuale e non di una incapacità fisica. Tanto vale dirlo subito:  l’io è un altro! Tuttavia coloro che vogliono bene all’Umanità sono rari, talmente rari che sono considerati come singolari. Quasi come se si trattasse di qualcosa di anormale.

La regola dei nostri doveri è ben più estesa di quella dei diritti. Di conseguenza non c’è bisogno di essere credente per essere onesto, non c’è bisogno di essere civile per essere buono. Ma  soltanto questi altri   hanno consapevolezza di una  tale regola che non deve  essere imposta talmente è umana. Seneca doveva sentirsi molto solo nel momento in cui scriveva ciò. Che  consolazione allora la frase di Madre Teresa: ciò che faccio è una goccia nell’oceano, ma se questa goccia non fosse là  mancherebbe all’oceano. Un proverbio dice che è meglio restare   solo che male accompagnato. Come sembra adeguato pensando a questo maestro  che fù il tutore dell’orribile Nerone. Perché  quest’ultimo assomigliava più a Caligola che a Seneca che condannandò al suicidio. È in questo contesto che occorre leggere le parole seguenti:

E’ magnanimità il disprezzare l’ingiuria. La vendetta la più raccapricciante per l’agressore, è dimostrargli che non val la pena vendicarsi di lui. Mahatma è senza dubbio il titolo più autentico che avrebbe potuto essergli  confacente. Tuttavia non bisogna  confondere il disprezzo dal lassismo. Basta  vedere dove  quest’ultimo ha condotto le “democrazie” :  cominciando con la guerra di Spagna e Anschluss, poi  la guerra europea, ed infine  la seconda guerra mondiale. Seneca fù succube di  Nerone perché non aveva che il sapere - potere potenziale e non il potere. Mentre nel lassismo politico è il potere ad essere impotente. Per evitare di agire  ci parlano della necessità del dialogo diplomatico. Non si tratta solo di ipocrisia  ma è  anche dimenticare che Socrate, il padre della filosofia, maestro del dialogo, ha partecipato nelle campagne come guerriero e  fra queste la spedizione di Potidea e che sotto il governo dei Trenta ha rifiutato di arrestare un democratico! Ma ritorniamo allo studio di Seneca in ciò che concerne il comportamento socratico.

Per  Socrate, era un sintomo di collera, abbassare la voce, essere sobrio nelle parole, si vedeva quindi che egli esercitava violenza su se stesso. Anche i suoi amici se ne accorgevano e lo rimproveravano, e queste accuse, per una collera pure latente, non lo ferivano.Una caratteristica in più che rende quest’uomo eccezionale, e degno di essere un modello per Seneca. Tuttavia quest’ultimo se ne serve in un quadro più politico che filosofico perché  non paragona affatto  due argomentazioni teoriche, ma quella di un uomo con l’opinione pubblica:

E’ incontenstabile che l’uomo che disprezza coloro che l’attaccano, si allontani dalla folla e assuma una posizione di superiorità rispetto ad essa: è la caratteristica di una vera magnanimità non sentirsi ferito. Sarà ben difficile trovare un solo uomo politico capace di ciò. Come potrebbe in una compagine che ha un’ estrema sensibilità per i sondaggi ai quali è sensibile la stessa folla. Per di più è facile immaginare che questi sondaggi siano i risultati diretti della formulazione di un consenso generale come direbbe Noam Chomsky. Chi nel suo comportamento è capace di ignorare l’opinione pubblica? E questa opinione pubblica è capace di raccogliere delle informazioni imparziali? Inoltre la gente ripudia la constatazione di questo impedimento sulla  società, mentre non fa nulla per cambiarla. Si accontenta del manicheismo mediocre distillato con un insopportabile machiavellismo  dalle classi dirigenti. Etimologicamente parlando l’espressione politica è quella che è comune, volgare. Inoltre occorre ben ammetterlo si tratta in questo caso di una eccezionale costanza semantica. La ragione ne è senza dubbio il fatto che in politica non esistono in realtà le discussioni: la gente naviga da dogma in dogma.

L’uomo per bene è contento di essere ripreso.  Il miserevole sopporta con impazienza  un censore.  Questa volta è chiaro, come può un uomo politico che non cessa di pensare alla sua immagine  accettare di essere ripreso da qualcuno? Immaginate per di più che questo qualcuno sia un intellettuale  allora questa disputa ipotetica di idee tende verso un orizzonte cosmologico. Molta  gente crede che l’uomo sia un animale che non va in letargo. È chiaro che ciò è falso. Alcune persone si vantano di far dormire la gente, e la maggioranza di questa gente è felice di dormire. Guai a coloro che desiderano di svegliare gli altri, sono o criticati o assassinati.

No, non abbiamo troppo poco tempo, ma ne perdiamo troppo. Questa espressione ha il merito di essere chiara e concisa. Ma non è nulla in confronto alla perspicacità della seguente:

O uomini , vivete come se deveste vivere in eterno: non vi rammentate mai della vostra fragilità; non vi accorgete di quanto tempo sia di già passato. Lo perdete come se ce ne  fosse pienezza, sovrabbondanza; mentre lo stesso giorno, che lo sacrificate a un uomo o a una cosa, forse potrebbe essere l’ultimo. Secondo il loro senso queste parole sono semplicemente formidabili. È porre in supremazia la qualità sulla quantità. Una volta assimilato ciò si può agire su tutti i fronti del pensiero: diventare una macchina parallela capace di comprendere e di porre in relazione  tutti i domini della sua azione. E ciò sapendo  ogni nostro atto deve essere degno di essere l’ultimo. Quindi bisogna investire totalmente, andare fino in fondo a queste idee. Carlo Michelstaedter diceva che il diritto di vivere non  merita che il prezzo di una attività infinita.

La vita del saggio è dunque largamente estesa: non è rinchiusa in limiti assegnati. Solo,egli  è esente dalle leggi del genere umano. Una vita tale è super estesa perché supera la durata della vita corrente. Per rendersene conto è sufficiente riferirsi a uno come Evariste Galois. Un giorno ho sentito la seguente frase: nella vita di un uomo non ci sono che due momenti importanti: la nascita e la morte, il resto è solo l’involucro. Solo il saggio è esente da questa regola, la sua influenza sull’Umanità si estende di gran lunga al di là della morte. Non resta che vedere Seneca! Alcuni  preferiranno a lui  Gesù, ma non importa lo scopo è raggiunto.

E’ perché, noi stoici , nell’altezza della nostra filosofia, non ci rinchiudiamo nelle mura della città ; ma entriamo in comunicazione col mondo intero, e adottiamo l’universo come la nostra patria, al fine di aprire alla virtù una carriera più vasta. Come non avere a questo proposito un modello di pensiero da seguire nella nostra epoca di comunicazione mondiale in rete! D’altronde Michel Serres l’ha completamente compreso poiché ha scritto numerosi libri sul tema della comunicazione ed anche l’ ultimo è sul tema della rete. Perché questa ci permette l’accostamento intellettuale indipendentemente dalla geografia, ed è per questa ragione che si può parlare di noosfera. Ed è una vera rivoluzione perché si tratta né più né meno di realizzare il sogno di ogni uomo pensante di poter  comunicare col mondo. Perché anche ora le nostre relazioni umane ed anche quelle intellettuali sono molto dipendenti dalla prossimità sociale e linguistica.

Occorre ugualmente scegliere bene gli uomini, vedere se essi sono degni che noi consacriamo loro una parte della nostra vita, o se la perdita del nostro tempo debba loro giovare. Questa idea è un concetto al quale bisogna ricorrere nella vita quotidiana, ed in particolare nelle associazioni e nella ricerca. Ma al momento penso che il vero problema è di sapere se l’Umanità è degna che noi le consacriamo una parte della nostra vita. Da parte mia affermo che ne è il caso. E che occorre dunque perseguire le impostazioni umaniste. E’ necessario avere un pensiero globale. Tuttavia non bisogna essere intransigenti con tutti poiché le capacità di ciascuno sono molto diverse.

La clemenza non deve essere né cieca, né banale, né ristretta ; perché c’è tanta crudeltà nel perdonare tutti, come nel non perdonare nessuno. In definitiva non bisogna accontentarsi di attendere occorre troncare, giudicare, esprimere il proprio pensiero. La sospensione di un giudizio non è un segno di saggezza. Bisogna  vivere in modo audace e non cessare di prendere delle decisioni irreversibili, la vita è fatta di scelte. Ogni incrocio, ogni incontro necessita una scelta.  

Fra tutti gli animali il più intrattabile è  l’uomo; nessuno ha bisogno di essere guidato con arte maggiore, nessuno esige maggiore indulgenza. Davanti all’accuratezza di quanto detto, si ha il diritto di chiedersi quante “democrazie” hanno usato e abusato di questo fatto per manipolare le masse. Questa impostazione comportamentale sembra corretta in se, però implica un effetto perverso. E’ la conoscenza del fatto che l’uomo sia manipolabile – anche se ciò necessita dei mezzi non banali come la minaccia o il denaro- che incita gli stati o le istituzioni analoghe a monopolizzare, almeno in campo politico, questa manipolazione a colpi di sondaggi, di referendum…. La cosa peggiore è che ciò sembra facile, per convincersene non c’è che guardare nel campo commerciale come le persone siano sensibili. Così si sono creati i fenomeni di massa. E l’esperienza dimostra che è molto più facile controllare le masse che l’individuo.

Niente ci trascina verso i mali maggiori, se non  regolarci sull’opinione pubblica, credere cioè, che il meglio è ciò che la folla applaudisce. E dire che questa osservazione era già evidente  2000 anni fà. E’ un problema fondamentale per una democrazia perché giustamente questa si basa sulla maggioranza, di cui occorre sempre diffidare secondo Eugéne Ionesco! In effetti quanto è valida una democrazia se il suo elettorato è manipolato? E ancora più concretamente quanto vale un voto se gli elettori sono ignoranti? È per questa ragione che occorre istruire la popolazione. Michel Serres ha ragione: se gli uomini non possono accedere al sapere, bisogna che sia il sapere ad andare da loro, qualunque sia il mezzo. Ma non bisogna comunque abbandonare la ricerca, perché è la ricerca che alimenta l’insegnamento. Commentando una scelta personale delle citazionei di Seneca non ho voluto presentare la sua opera che certamente merita di essere letta, né presentare un super uomo, come direbbe Umberto Eco, che si dovrebbe deificare. No , Seneca era molto di più: era un uomo, cosciente dell’essere e degno dell’essere. Ed è una frase di Socrate che egli cita nell’ultimo di questi cinque trattati che lo designerebbe meglio:   

Immaginami vincitore di tutte le nazioni; sarà allora che penserò di essere un  uomo, quando dappertutto sarò riverito come Dio.  







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